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Le perle seminascoste della Pinacoteca Carrara di Bergamo

Mentre sembra che il peggio sia passato e che la virulenza della pandemia si stia lentamente spegnendo, il nostro Paese si accinge ad uscire da questo lunghissimo periodo di blocco, che vede l’apertura scaglionata delle sue diverse realtà produttive. Per i musei l’apertura dovrebbe essere il 18 maggio, salvo recrudescenze importanti, e il turista casuale, che non vede l’ora di mettere il naso fuori di casa, anche se nascosto dalla mascherina, pensa proprio che un bel giretto in Carrara se lo vuole proprio fare, senza troppe discussioni!

La pinacoteca di Bergamo è stata fondata dal conte Giacomo Carrara che, alla sua morte, decise di lasciare tramite lascito testamentario la sua ingente collezione alla città, facendola gestire da una fondazione. Solamente agli inizi del XX secolo il Comune di Bergamo diventerà proprietario della quadreria, che nel frattempo si è arricchita sempre di più, grazie a svariate donazioni, fra cui quella di Giovanni Morelli nel 1891.

Accanto ai capolavori esposti, come i Tre Crocifissi di Vincenzo Foppa o al San Sebastiano di Raffaello, solo per citarne due, ci sono moltissime opere di autori minori, importantissimi però per delineare il percorso artistico della città e della sua provincia. Il turista casuale, da grande curiosone qual è e approfittando del fatto che il catalogo della pinacoteca è online, si è divertito un po’ in questi giorni di isolamento forzato e ha selezionato tre opere, due di cui si sa chi è l’autore e una di autore sconosciuto, ma interessante per il soggetto ritratto.

Di Gerolamo Colleoni si ricorda il ciclo completato insieme a Cristoforo Baschenis il Vecchio e il misterioso T.L. nella chiesa di San Bernardino a Lallio; non è solo questa la prova della sua capacità pittorica, anzi, in città il pittore doveva aver lavorato notevolmente, quando la scena artistica si era liberata di Lorenzo Lotto, di Jacopo Palma il Vecchio e Andrea Previtali, negli anni Venti del Cinquecento. Senza divagare troppo, il nostro autore era stato attivo anche nella chiesa di Santo Spirito e lo si ritrova in Carrara con una pala d’altare un tempo conservata nella chiesetta di Sant’Erasmo in Borgo Canale. La tela, che rappresenta la Vergine mentre allatta insieme ai santi Erasmo, titolare della chiesa, Giovannino e Maria Maddalena, si inserisce nell’ambito “filolottesco”, con sacre conversazioni inserite in contesti bucolici resi con colori vivacissimi. La presenza, alle spalle dei personaggi della composizione, di un albero carico di frutti e di un tronco ormai secco può essere intesa come la rappresentazione della Vita e della Morte; anche l’agnello, attributo iconografico di san Giovanni Battista, rimanda alla Passione di Cristo. Il dipinto di Gerolamo Colleoni è datato al 1538 ed è arrivato in Carrara nel 1858, dopo essere stato acquistato.

La pala di Gerolamo Colleoni

Il secondo dipinto arriva direttamente dal primo nucleo della collezione della pinacoteca: faceva infatti già parte delle proprietà del conte Giacomo. Si tratta di un ritratto realizzato nel 1584 da un anonimo e il soggetto ritratto è Francesco Martinengo Colleoni, discendente del condottiero Bartolomeo. Il ritratto è veramente molto bello: l’autore utilizza tutti gli espedienti necessari ad attirare l’attenzione dell’osservatore sul soggetto, ormai non più giovanissimo, che guarda i suoi interlocutori. Lo sfondo neutro serve a non disperdere l’attenzione in dettagli e l’abbigliamento sobrio, così come la minuzia nella resa dell’aspetto fisico del conte Francesco, permettono di attribuire il dipinto ad un autore che avevo fatto suo l’insegnamento di Giovan Battista Moroni, ossia l’aderenza alla realtà.

Ritratto di Francesco Martinengo Colleoni

Anche il terzo dipinto che viene preso in esame viene dalla collezione Carrara: si tratta della Madonna della Cintola con i santi Monica, Agostino, Antonio da Padova e devoti ed è stato realizzato da Giovan Paolo Cavagna per la chiesa agostiniana di Romano di Lombardia, ora non più esistente. Il dipinto è firmato e datato e, benché nella scheda di catalogo sia riportata la datazione all’inizio del Seicento, sulla tela la data riportata è un’altra (159…). C’è da dire che questo discorso al turista casuale poco importa, perché non sono di certo questi dieci anni che ballano che fanno la differenza! Confrontando quest’opera con la Sacra Conversazione del Colleoni, si evince che il linguaggio è completamente cambiato. La pala del Cavagna ha un’impostazione piramidale, al cui vertice si trova la Vergine con il Bambino in braccio e alla base si trovano i santi e i fedeli, inginocchiati mentre assistono all’evento miracoloso. La suddivisone fra quello che è paradisiaco e quello che è terreno è netta e degli antecedenti si possono ritrovare nella Pala dell’Assunta di Tiziano e anche nella Pala di San Domenico di Savoldo, cui l’artista bergamasco dimostra di guardare anche grazie al manto dorato della fedele inginocchiata. Si tratta di un particolare interessante, perché spesso ci si è limitati a guardare Giovan Paolo Cavagna come un continuatore originale dell’insegnamento realista di Moroni, senza soffermarsi troppo sugli aspetti più prettamente veneziani della sua pittura.

Madonna della Cintola di Giovan Paolo Cavagna

Concludo questo brevissimo articolo: ci saranno sicuramente altre occasioni per parlare della Carrara e delle sue opere semisconosciute!