Fine XV secolo: Medioevo o no? Le decorazioni dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone

Uno degli errori che spesso si commette quando si parla di Arte è adottare in modo acritico la suddivisione cronologica che si usa solitamente per scandire gli avvenimenti storici. Una delle prime nozioni che ho imparato quando frequentavo l’università è che questo tipo di partizione è completamente errato, perché l’opera artistica è soggetta all’ambito culturale del proprio territorio e questo, a seconda delle dinamiche economiche e sociali che lo caratterizzano, ha un’evoluzione a se stante, spesso ritardataria se progredisce in un luogo di provincia rispetto ai centri economici e culturali più importanti. Per questo motivo, sebbene la suddivisione cronologica che tutti abbiamo imparato a scuola porrebbe questo ciclo in pieno Rinascimento, la decorazione dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone non può non essere collocato in epoca medievale.

Trionfo della Morte e Danza Macabra. Fonte: Wikipedia

Jacopo Borlone de’ Buschis, unico pittore nominato nei pagamenti per la realizzazione del ciclo esterno e interno alla chiesa, risulta essere nato fra il 1420 e il 1430. Pittore affermato, viene chiamato dai Disciplini Bianchi per realizzare una serie di decorazioni per il loro oratorio dedicato a san Bernardino da Siena, composta dalle Storie di Gesù all’interno dell’edificio e dal famosissimo Trionfo della Morte e dalla Danza Macabra in facciata. Questi due lavori vengono realizzati dal nostro pittore in momenti diversi entrambi datati: infatti, sulla Crocifissione, è visibile l’anno di esecuzione, il 1471, mentre all’esterno, nel cartiglio tenuto dalla Morte, si legge la data 1485. Si presume che l’autore sia morto sul finire del secolo, intorno al 1497. Come evidenziato da Mauro Zanchi nel suo Il Theatrum Mortis. Nel nome della vita eterna, la mano di Borlone, facilmente riconoscibile rispetto a quella dei suoi anonimi collaboratori di bottega, risulta essere fortemente influenzata non solo dal linguaggio tardogotico ancora ben radicato nelle vallate bergamasche (e non solo, come abbiamo avuto modo di leggere nel precedente post!), ma anche dal repertorio iconografico proprio dei codici miniati realizzati nel secolo precedente e probabilmente visionati dal Borlone stesso. Inoltre, sempre Zanchi fa notare la probabile relazione diretta fra il nostro pittore e il miniatore bergamasco Jacopo da Balsemo, attivo nello stesso periodo e deceduto all’inizio del Cinquecento: molto attivo per diverse istituzioni ecclesiastiche bergamasche, la sua opera può essere stata conosciuta e assimilata dal pittore clusonese, che l’ha mescolata al suo bagaglio culturale, producendo una felice sintesi proprio nell’Oratorio dei Disciplini.

Il ciclo della facciata è stato organizzato con tutta probabilità grazie al supporto dottrinale di un disciplino: è suddiviso su tre registri e partendo dall’alto si incontra appunto la Morte, che, come una regina, desidera solamente le vite di coloro che vogliono corromperla e non morire. E’ facile riconoscere alcune delle personalità importanti del periodo: il doge, probabilmente Giovanni Mocenigo, morto di peste proprio nel 1485, che attesta la dominazione della Repubblica di Venezia anche su questo territorio; un re, che interpella un ebreo per sapere come corrompere la Morte e nel sepolcro in marmo ecco che compaiono le due figure politiche più importanti: il papa e l’imperatore. La Morte prende tutti quando vuole, indipendentemente dalla ricchezza e dal proprio potere personale, ed è aiutata dagli scheletri, che scoccano frecce su coloro che si trovano davanti. Nei cartigli ecco riportato quanto segue:

Gionto (e sonto) per nome chiamata morte/ferisco a chi tocherà la sorte;/ no è homo chosì forte/che da mi no po’ a schanmoare

Gionto la morte piena de equaleza/sole voi ve volio e non vostra richeza/ e digna sonto da portar corona/perché signorezi ognia persona

Ognia omo more e questo mondo lassa/chi ofende a Dio amaramente pasa 1485

Chi è fundato in la iustitia e (bene)/ e lo alto Dio non discha(ro tiene)/la morte a lui non ne vi(en con dolore)/ poy che in vita (lo mena assai meliore)

 

Nel registro mediano è presente la Danza Macabra vera e propria: ecco infatti che sfilano i vivi e i morti, i primi rattristati per la fine della loro esistenza e i secondi sorridenti, che rappresentano il doppione dei vivi. Nella processione si riconoscono una donna con uno specchio, allusione alla Vanità, un Disciplino, ad indicare i committenti del ciclo, un contadino, un oste, un funzionario della giustizia, un mercante, un letterato e, a conclusione, un soggetto non identificato. E’ bene ricordare che vista la sua posizione, Clusone si trova ancora oggi lungo i percorsi che portano verso la Valtellina e la Svizzera e sono state evidenziate delle affinità tra queste raffigurazioni ed altre simili realizzate in contesti stranieri. L’esempio più eclatante è di sicuro quello della giovane donna con lo specchio, imitazione di un’analoga immagine eseguita a Basilea nel 1440: dietro la fanciulla che regge lo specchio infatti si trova uno scheletro danzante, a ricordo che dietro i tratti vitali della giovane si nasconde la morte.

Dettaglio della Danza Macabra. Fonte: Wikipedia

Il registro inferiore si conclude con la Divisione fra i Giusti e i DannatiMolto compromesso, era composto con tutta probabilità anche dalle indicazioni da seguire se si intendeva vivere una vita di vizi o di virtù. Nei lacerti sopravvissuti si riconoscono ancora le fauci del mostro che si mangia le anime nude dei Dannati e il gruppo dei Giusti, di cui fanno parte i Disciplini.

Purtroppo non dispongo di fotografie che rendano al meglio questo piccolo gioiello clusonese; invito però a dare un’occhiata all’album del Cacciatore d’arte, che ringrazio, proprio sull’Oratorio dei Disciplini.

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